"Se in me è quella voglia di cercare che spinge le vele verso terre non ancora scoperte, se nel piacere è un piacere di navigante, se mai gridai giubilante: 'la costa scomparve' - ecco anche la mia ultima catena è caduta - il senza-fine mucchia intorno a me, laggiù lontano splende per me lo spazio e il tempo, orsù! Coraggio! Vecchio cuore!". F. Nietzsche
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domenica 20 maggio 2012
giovedì 15 dicembre 2011
L'assassinio del mare
Giorni fa ho trovato in rete la registrazione di questo documentario mandato in onda qualche tempo fa ad Anno Zero. E' sconvolgente quello che hanno fatto al nostro mare soprattutto perchè continuano a perseverare.Perfino mi fa sentire come una ladra pescare un paio di seppie e di pesci. E' l'ennesima prova che un mondo in cui non c'è rispetto per l'ambiente in cui viviamo e dominato e governato dal denaro, dal profitto e dall'avidità non ha futuro, ci ruba anche il presente.
Non so se può servire a molto, quanto meno a farci sentire meglio con la nostra coscienza, seguire alcune regole nell'acquistare il pesce, comunque slow food consiglia questo.
Non so se può servire a molto, quanto meno a farci sentire meglio con la nostra coscienza, seguire alcune regole nell'acquistare il pesce, comunque slow food consiglia questo.
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martedì 3 novembre 2009
Roma Ocean World

La presentazione del progetto "Roma Ocean World" si terrà a Roma Palazzo Valentini il 4 Novembre h 12:00.
Roma Ocean World 2009/2013 è un progetto, contenitore di eventi che hanno come tema portante l'attenzione e il rispetto per l'ambiente con particolare coinvolgimento dei giovani.
La sfida finale sarà il giro del mondo a vela, in solitario, senza assistenza da Roma a Roma, in autosufficienza energetica e senza lasciare traccia di inquinamento.
Il motore del progetto è la forza di volontà, la determinazione e lo spirito di un navigatore fuori dal comune, Matteo Miceli recordman di traversata atlantica in doppio e in solitario su catamarano non abitabile di 6 metri.
Una campagna basata sulla ricerca e l'informazione dell'opinione pubblica, basata su azioni concrete a favore dello sport e della natura. Tre anni di appuntamenti che iniziano da oggi con la spedizione Top to Top dal mare al tetto del mondo, da Singapore alla cima dell'Everest a vela, in bici e a piedi.
Tre anni che convoglieranno nel progetto enti, associazioni e aziende che siano in sintonia con i valori del progetto. Tre anni per lasciare una impronta diversa del proprio passaggio.
Basta parole è il momento di agire, il momento di salire a bordo...
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martedì 8 settembre 2009
"Il mare e la sua simbolica". Una formiana scrive a Galimberti
sabato 19 gennaio 2008
Lettera di Manuela Salvi di Formia al filosofo e psicanalista Umberto Galimberti, su "D Repubblica della donne".
Formia: Come si affronta la morte quotidiana della natura, del silenzio, del mare? Mi ricordo la sensazione di distacco fisico che provavo quando, per studiare e per fare esperienze all'estero, dovevo separarmi dal mare. Solo chi nasce e cresce sulla costa sa quanto quella nostalgia sia illogica e incontrollabile, ti insegue ovunque, ti prende alla gola quando meno te lo aspetti, mentre sei in un bar o per strada, mentre lavori.
Mi ricordo della mia lucida decisione di tornare a casa, di rinunciare ai divertimenti della grande città e alle possibilità di lavoro, per svegliarmi la mattina e avere l'azzurro davanti, coi suoi riflessi di sole e le sue tempeste, i suoi tramonti. Non avevo trovato niente, proprio niente, che fosse più desiderabile. Adesso, dopo alcuni anni, sono costretta a guardarlo come si guarda un amante in fin di vita. Agonizza e sospira ogni anno di più. Non sorride di riflessi come faceva una volta, coi pescetti a mezzo metro da riva, verde e trasparente. È opaco e sofferente, ferito. Larghe strisce di una schiuma bianca e marrone, che tutti sembrano voler giustificare come il prezzo per il progresso "naturale" della società, circondano la costa rocciosa, senza tregua. Ci si deve rassegnare? Ho scritto lettere al ministero, alla Regione, alla Provincia. Quando la spiaggia, in questi mesi, è stata invasa da una marea di affarini di plastica neri portati da una mareggiata (anomalia di non so quale stabilimento industriale o depuratore, hanno detto...) ho spedito un chilo di sabbia e affarini a Pecoraro Scanio. L'anno scorso ho fatto dei volantini che ho distribuito da sola sulle spiagge, con le fotocopie di articoli ambientalisti che definivano il nostro mare a rischio. Ma mi sembra veramente di tentare, da sola, la chemio su un paziente di cui nessuno si cura, sapendo che comunque, per quanto io possa lottare, prima o poi si spegnerà. È un dolore insopportabile.
Manuela Salvi, Formia rovingcactus@libero.it
Risponde Umberto Galiberti:
Che ne dice se consideriamo il mare come simbolo dell'inquietante e dell'instabile, anche quando, ingannevole, appare nella sua calma trasognata? Se così è, esso intimorisce gli uomini della stabilità che abitano la terra, che, al ritorno della stessa onda sulla stessa riva, vera scansione del tempo, preferiscono il loro agitarsi e rincorrere effimeri progetti. Profonde lontananze di luce dischiudono orizzonti al di là dell'orizzonte, e perciò il mare si fa simbolo del senza-confine che impaurisce chi abita terre protette, intimi focolari, passioni quiete che nessuna gioia ha mai fatto danzare, alcun dolore inabissato. Il mare conosce la danza e l'abisso, ma chi sono coloro che hanno abbastanza cuore per questo? I signori della terra? Gli uomini di carattere? No, la superficie del mare è troppo pura per i loro occhi, e loro sono troppo sgraziati e avidi di territorio per prendere il largo con la semplicità del navigante che incoraggia il suo cuore. Le linee del mare sono infatti la profondità dell'abisso e il senza-confine dell'orizzonte, due dimensioni che inquietano gli uomini della terra, incapaci di vivere senza i segni del mondo, mentre il mare anela a cose più lontane, più abissali, più indistinte nei loro indiscernibili confini e, come la distesa delle acque vuole sè stessa, come l'onda vuole il ritorno, come il vento vuole tempesta, così l'abisso del mare vuole profondità. Nel mare, infatti, c'è quella voglia di terre non ancora scoperte che solo la distesa delle acque può concedere a chi non teme il senza-confine dischiuso da quegli spazi senza meta dove neppure il tempo conosce altra segnalazione se non quella offerta dalla luce e dal buio. Nel mare il senso del mondo si capovolge e l'incalcolabile, che sulla terra incute timore, diventa atmosfera del cuore costretto a non fidarsi né della calma trasognata dell'acqua né del suo burrascoso inabissarsi ed elevarsi, quando la costa è scomparsa e lo spazio e il tempo appaiono nel loro assoluto. Qui e solo qui, non dietro "la siepe dell'ermo colle", appare quanto è spaventoso l'infinito, e con l'infinito quanto è spaventosa la libertà sognata prima che l'ultima catena ci sciogliesse dalla terra, ora che non esiste più terra alcuna, ma solo il più assetato degli elementi, il più affamato, il più pauroso, il più misterioso, il mare. "Se in me - scrive Nietzsche - è quella voglia di cercare che spinge le vele verso terre non ancora scoperte, se nel piacere è un piacere di navigante, se mai gridai giubilante: 'la costa scomparve' - ecco anche la mia ultima catena è caduta - il senza-fine mucchia intorno a me, laggiù lontano splende per me lo spazio e il tempo, orsù! Coraggio! Vecchio cuore!". Allontanandolo dal proprio cuore, perché metafora dell'instabile e dell'inquietante, gli uomini della stabilità, gli occidentali, hanno fatto del mare la pozzanghera della terra ove scaricare i propri rifiuti e, quando si sono spinti più in là, era solo per dividere le onde in acque territoriali, onde delimitare anche sull'instabile le loro proprietà, cioè i segni delle loro divisioni, l'odio cieco dei loro cuori esangui, e per questo cattivi. E così il mare ha smesso di offrire terre sconosciute al navigante che incoraggiava il suo cuore, perché il compito che gli uomini gli hanno assegnato è quello di delimitare terre nemiche. Ulisse non avrebbe mai sospettato che la forza del mare "immensa nei suoi flutti" potesse essere superata dalla violenza dei cuori invincibili negli odi.
Lettera di Manuela Salvi di Formia al filosofo e psicanalista Umberto Galimberti, su "D Repubblica della donne".
Formia: Come si affronta la morte quotidiana della natura, del silenzio, del mare? Mi ricordo la sensazione di distacco fisico che provavo quando, per studiare e per fare esperienze all'estero, dovevo separarmi dal mare. Solo chi nasce e cresce sulla costa sa quanto quella nostalgia sia illogica e incontrollabile, ti insegue ovunque, ti prende alla gola quando meno te lo aspetti, mentre sei in un bar o per strada, mentre lavori.
Mi ricordo della mia lucida decisione di tornare a casa, di rinunciare ai divertimenti della grande città e alle possibilità di lavoro, per svegliarmi la mattina e avere l'azzurro davanti, coi suoi riflessi di sole e le sue tempeste, i suoi tramonti. Non avevo trovato niente, proprio niente, che fosse più desiderabile. Adesso, dopo alcuni anni, sono costretta a guardarlo come si guarda un amante in fin di vita. Agonizza e sospira ogni anno di più. Non sorride di riflessi come faceva una volta, coi pescetti a mezzo metro da riva, verde e trasparente. È opaco e sofferente, ferito. Larghe strisce di una schiuma bianca e marrone, che tutti sembrano voler giustificare come il prezzo per il progresso "naturale" della società, circondano la costa rocciosa, senza tregua. Ci si deve rassegnare? Ho scritto lettere al ministero, alla Regione, alla Provincia. Quando la spiaggia, in questi mesi, è stata invasa da una marea di affarini di plastica neri portati da una mareggiata (anomalia di non so quale stabilimento industriale o depuratore, hanno detto...) ho spedito un chilo di sabbia e affarini a Pecoraro Scanio. L'anno scorso ho fatto dei volantini che ho distribuito da sola sulle spiagge, con le fotocopie di articoli ambientalisti che definivano il nostro mare a rischio. Ma mi sembra veramente di tentare, da sola, la chemio su un paziente di cui nessuno si cura, sapendo che comunque, per quanto io possa lottare, prima o poi si spegnerà. È un dolore insopportabile.
Manuela Salvi, Formia rovingcactus@libero.it
Risponde Umberto Galiberti:
Che ne dice se consideriamo il mare come simbolo dell'inquietante e dell'instabile, anche quando, ingannevole, appare nella sua calma trasognata? Se così è, esso intimorisce gli uomini della stabilità che abitano la terra, che, al ritorno della stessa onda sulla stessa riva, vera scansione del tempo, preferiscono il loro agitarsi e rincorrere effimeri progetti. Profonde lontananze di luce dischiudono orizzonti al di là dell'orizzonte, e perciò il mare si fa simbolo del senza-confine che impaurisce chi abita terre protette, intimi focolari, passioni quiete che nessuna gioia ha mai fatto danzare, alcun dolore inabissato. Il mare conosce la danza e l'abisso, ma chi sono coloro che hanno abbastanza cuore per questo? I signori della terra? Gli uomini di carattere? No, la superficie del mare è troppo pura per i loro occhi, e loro sono troppo sgraziati e avidi di territorio per prendere il largo con la semplicità del navigante che incoraggia il suo cuore. Le linee del mare sono infatti la profondità dell'abisso e il senza-confine dell'orizzonte, due dimensioni che inquietano gli uomini della terra, incapaci di vivere senza i segni del mondo, mentre il mare anela a cose più lontane, più abissali, più indistinte nei loro indiscernibili confini e, come la distesa delle acque vuole sè stessa, come l'onda vuole il ritorno, come il vento vuole tempesta, così l'abisso del mare vuole profondità. Nel mare, infatti, c'è quella voglia di terre non ancora scoperte che solo la distesa delle acque può concedere a chi non teme il senza-confine dischiuso da quegli spazi senza meta dove neppure il tempo conosce altra segnalazione se non quella offerta dalla luce e dal buio. Nel mare il senso del mondo si capovolge e l'incalcolabile, che sulla terra incute timore, diventa atmosfera del cuore costretto a non fidarsi né della calma trasognata dell'acqua né del suo burrascoso inabissarsi ed elevarsi, quando la costa è scomparsa e lo spazio e il tempo appaiono nel loro assoluto. Qui e solo qui, non dietro "la siepe dell'ermo colle", appare quanto è spaventoso l'infinito, e con l'infinito quanto è spaventosa la libertà sognata prima che l'ultima catena ci sciogliesse dalla terra, ora che non esiste più terra alcuna, ma solo il più assetato degli elementi, il più affamato, il più pauroso, il più misterioso, il mare. "Se in me - scrive Nietzsche - è quella voglia di cercare che spinge le vele verso terre non ancora scoperte, se nel piacere è un piacere di navigante, se mai gridai giubilante: 'la costa scomparve' - ecco anche la mia ultima catena è caduta - il senza-fine mucchia intorno a me, laggiù lontano splende per me lo spazio e il tempo, orsù! Coraggio! Vecchio cuore!". Allontanandolo dal proprio cuore, perché metafora dell'instabile e dell'inquietante, gli uomini della stabilità, gli occidentali, hanno fatto del mare la pozzanghera della terra ove scaricare i propri rifiuti e, quando si sono spinti più in là, era solo per dividere le onde in acque territoriali, onde delimitare anche sull'instabile le loro proprietà, cioè i segni delle loro divisioni, l'odio cieco dei loro cuori esangui, e per questo cattivi. E così il mare ha smesso di offrire terre sconosciute al navigante che incoraggiava il suo cuore, perché il compito che gli uomini gli hanno assegnato è quello di delimitare terre nemiche. Ulisse non avrebbe mai sospettato che la forza del mare "immensa nei suoi flutti" potesse essere superata dalla violenza dei cuori invincibili negli odi.
giovedì 7 maggio 2009
Pacific Trash Vortex

Lo chiamano Pacific Trash Vortex, il vortice di spazzatura dell'Oceano Pacifico, ha un diametro di circa 2500 chilometri è profondo 30 metri ed è composto per l'80% da plastica e il resto da altri rifiuti che giungono da ogni dove. "E' come se fosse un'immensa isola nel mezzo dell'Oceano Pacifico composta da spazzatura anziché rocce. Nelle ultime settimane la densità di tale materiale ha raggiunto un tale valore che il peso complessiva di questa "isola" di rifiuti raggiunge i 3,5 milioni di tonnellate", spiega Chris Parry del California Coastal Commission di San Francisco, che è da poco tornato da un sopralluogo.
Questa incredibile e poco conosciuta discarica si è formata a partire dagli anni Cinquanta, in seguito all'esistenza della North Pacific Subtropical Gyre, una lenta corrente oceanica che si muove in senso orario a spirale, prodotta da un sistema di correnti ad alta pressione. L'area è una specie di deserto oceanico, dove la vita è ridotta solo a pochi grandi mammiferi o pesci.
Per la mancanza di vita questa superficie oceanica è pochissimo frequentata da pescherecci e assai raramente è attraversata anche da altre imbarcazioni. Ed è per questo che è poco conosciuta ai più. Ma proprio a causa di quel vortice l'area si è riempita di plastica al punto da essere considerata una vera e propria isola galleggiante. Il materiale poi, talvolta, finisce al di fuori di tale vortice per terminare la propria vita su alcune spiagge delle Isole Hawaii o addirittura su quelle della California.
In alcuni casi la quantità di plastica che si arena su tali spiagge è tale che si rende necessario un intervento per ripulirle, in quanto si formano veri e propri strati spessi anche 3 metri. La maggior parte della plastica giunge dai continenti, circa l'80%, solo il resto proviene da navi private o commerciali e da navi pescherecce.
Nel mondo vengono prodotti circa 100 miliardi di chilogrammi all'anno di plastica, dei quali, grosso modo, il 10% finisce in mare. Il 70% di questa plastica poi, finirà sul fondo degli oceani danneggiando la vita dei fondali. Il resto continua a galleggiare.
La maggior parte di questa plastica è poco biodegradabile e finisce per sminuzzarsi in particelle piccolissime che poi finiscono nello stomaco di molti animali marini portandoli alla loro morte. Quella che rimane si decomporrà solo tra centinaia di anni, provocando da qui ad allora danni alla vita marina.
(da La Repubblica 29 ottobre 2007)
Anche Greenpeace denuncia questo scempio:
Le stesse caratteristiche che rendono la plastica adatta a così tante applicazioni industriali, la sua resistenza e la sua stabilità, rappresentano un problema per gli ecosistemi marini. Ogni anno vengono prodotte quasi dieci milioni di tonnellate di plastica, il 10 per cento delle quali finisce in mare. Il 20 per cento di questa plastica viene gettata dalle imbarcazioni e dalle piattaforme, mentre il resto arriva dalla terraferma.
Basta fare una passeggiata lungo una spiaggia in una qualsiasi parte del mondo per trovare a riva una quantità incredibile di buste, bottiglie e contenitori di plastica, pezzi di polistirolo, frammenti di rete e di copertoni che il vento e le maree trasportano a riva.
I rifiuti che invadono le nostre spiagge sono i segni più evidenti di un problema di più ampia portata. Questi prodotti, infatti, non si decompongono come accade ai materiali naturali. Il mare, il moto ondoso, il sole e l'abrasione meccanica riducono la plastica in minuscoli frammenti: ogni singola bottiglia di plastica può essere ridotta in così tanti piccoli pezzi da poterne mettere uno per ogni miglio di costa nel mondo. I rifiuti di plastica tendono inoltre ad accumularsi in quelle aree di mare dove i venti e le correnti sono deboli.
Basta fare una passeggiata lungo una spiaggia in una qualsiasi parte del mondo per trovare a riva una quantità incredibile di buste, bottiglie e contenitori di plastica, pezzi di polistirolo, frammenti di rete e di copertoni che il vento e le maree trasportano a riva.
I rifiuti che invadono le nostre spiagge sono i segni più evidenti di un problema di più ampia portata. Questi prodotti, infatti, non si decompongono come accade ai materiali naturali. Il mare, il moto ondoso, il sole e l'abrasione meccanica riducono la plastica in minuscoli frammenti: ogni singola bottiglia di plastica può essere ridotta in così tanti piccoli pezzi da poterne mettere uno per ogni miglio di costa nel mondo. I rifiuti di plastica tendono inoltre ad accumularsi in quelle aree di mare dove i venti e le correnti sono deboli.
Le correnti circolari del Pacifico del Nord subtropicale coprono un'ampia area, all'interno della quale l'acqua ruota lentamente in senso orario, avvolgendosi in una lenta spirale. I venti sono deboli. Le correnti tendono a sospingere qualsiasi materiale galleggiante verso il centro del vortice. Ci sono poche spiagge su cui approdare in quell'area, e così i rifiuti stazionano al centro della spirale con una tale concentrazione che ci sono sei chili di plastica per ogni chilo di plankton: un'area estesa quanto il Texas piena di rifiuti, che ruota lentamente su se stessa. Questa zona è stata chiamata anche il "vortice di plastica" o la "pattumiera asiatica".
Potrebbe anche non sembrare un problema così grave, ma non è così. Purtroppo, i pezzi di plastica più grandi vengono spesso ingeriti da uccelli marini e da altri animali, che li scambiano per prede. Molti uccelli marini sono stati trovati morti con un tappo di plastica nello stomaco. Una tartaruga trovata morta alle Hawaii aveva migliaia di piccoli pezzi di plastica nello stomaco e nell'intestino. Si stima che ogni anno più di un milione di uccelli marini, centomila esemplari di mammiferi e moltissime tartarughe vengano uccisi dall'ingestione di plastica.
Potrebbe anche non sembrare un problema così grave, ma non è così. Purtroppo, i pezzi di plastica più grandi vengono spesso ingeriti da uccelli marini e da altri animali, che li scambiano per prede. Molti uccelli marini sono stati trovati morti con un tappo di plastica nello stomaco. Una tartaruga trovata morta alle Hawaii aveva migliaia di piccoli pezzi di plastica nello stomaco e nell'intestino. Si stima che ogni anno più di un milione di uccelli marini, centomila esemplari di mammiferi e moltissime tartarughe vengano uccisi dall'ingestione di plastica.
Non ci sono foto satellitari di questa immensa isola di plastica poichè è resa invisibile agli obiettivi dai riflessi della superficie del mare ma c'è purtroppo per noi e per il nostro pianeta!
Che immensa tristezza!!!
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